I social sono diventati parte integrante della nostra quotidianità, influenzando il modo di vivere le esperienze che la vita ci offre. Per molti rappresentano un ambiente sano in cui creare relazioni e divertimento, ma spesso possono rivelarsi pericolosi, arrivando addirittura a creare delle vere e proprie dipendenze.
In questo scenario si inserisce l’esperienza della giovane Simona Repici, che racconta come la presenza costante delle piattaforme digitali incida sul modo di percepire sé stessi e gli altri, tra bisogno di approvazione, costruzione dell’immagine e difficoltà a vivere il momento senza la mediazione di uno schermo.
“Vogliamo dimostrare ciò che in realtà non siamo”
Negli ultimi anni, nascondersi dietro un’identità digitale è diventata un’usanza sempre più comune. In questo contesto, la sequenza dei contenuti pubblicati non è mai casuale: le immagini e i testi vengono scelti con attenzione per creare una versione della personalità che, nella maggior parte dei casi, non corrisponde con la realtà. “Io posso dire di essere una ragazza – afferma Simona Repici – che utilizza molto i social e credo che utilizziamo questa sorta di maschere digitali per dimostrare ciò che in realtà non siamo”.
Questo costante bisogno di curare i profili rispecchia una realtà più profonda: proteggere le proprie insicurezze per la paura di essere giudicati. Nascondersi dietro le immagini ben curate permette di non far trasparire paranoie, stati d’animo e gli aspetti più vulnerabili della personalità. L’ambiente online, permette di selezionare cosa mostrare e cosa omettere, offrendo la possibilità di raccontare la versione preferita della propria persona.
Un modo diverso di vivere le esperienze
Il fenomeno ha inciso profondamente sulle esperienze della quotidianità, riflettendo il crescente desiderio di farci vedere dagli altri. “Ci basti pensare ad un viaggio – continua Simona – o ad un concerto, sempre più spesso l’attenzione si sposta dal momento vissuto alla necessità di condividerlo”.
Questo comportamento evidenzia come il bisogno di visibilità possa correre il rischio di prevalere sull’esperienza stessa, riducendo l’emozione che potrebbe offrire alla nostra vita. Questa dinamica provoca una ridefinizione del significato del termine: non è più un momento personale, ma diventa un contenuto da pubblicare.
La paura di restare disconnessa
La possibilità di una disconnessione improvvisa genera una sensazione di disorientamento, soprattutto per chi è cresciuto in un’ambiente in cui la dimensione digitale ha sempre rappresentato una presenza costante. Si affaccia un nuovo interesse, quello di capire cosa resti dell’identità individuale al di fuori della dimensione tecnologica. “Ho paura di restare disconnessa – confessa la ragazza – però sarei curiosa di scoprire chi sono senza telefono e capire quale potrebbe essere la mia reazione”.
In questo scenario emerge un ulteriore elemento: il rischio che il telefono non sia soltanto uno strumento, ma un dispositivo in grado di influenzare ogni aspetto dell’esistenza umana. Inizia a diventare sempre più presente l’idea che non sia più l’individuo a controllare il mezzo tecnologico, ma che sia il mezzo stesso a orientare gli esseri umani. “Questo rischio è una nostra responsabilità – conclude Simona -. Dobbiamo essere noi bravi a saperlo controllare e decidere che utilizzo farne”.
Adesso la domanda è rivolta ai nostri lettori: voi preferireste un mondo senza social oppure pensate che sia diventato impossibile viverne senza?





