MESSINA – Non basta indignarsi davanti all’ennesimo femminicidio. Occorre interrogarsi sulle sue cause, riconoscere le responsabilità collettive e promuovere un cambiamento culturale capace di prevenire la violenza prima che si trasformi in tragedia: è questo il messaggio che ha animato la presentazione di “Anatomia della Colpa. Il peso del rimorso”, ospitata al Monte di Pietà di Messina, dove la cultura è diventata strumento di denuncia e responsabilità civile.
Un’iniziativa culturale e istituzionale
L’iniziativa, coordinata dal curatore dell’opera José Russotti, è stata promossa dalla Città Metropolitana di Messina attraverso il Servizio Politiche Culturali diretto da Anna Maria Tripodo, dando vita a un confronto che ha riunito magistratura, professionisti, istituzioni e mondo dell’associazionismo attorno al tema della violenza di genere.
Ad aprire l’incontro è stata Nuccia Di Gennaro, responsabile dell’Ufficio Gestione Beni e Strutture di Interesse Culturale della Città Metropolitana e curatrice dell’evento, che ha portato anche il saluto del sindaco metropolitano Federico Basile, assente per impegni istituzionali. Nel suo intervento ha sottolineato il valore della cultura come presidio di legalità, memoria e cambiamento sociale.
Il libro e il fenomeno della violenza
L’opera raccoglie i contributi di quarantacinque autori impegnati ad affrontare senza reticenze il tema della violenza contro le donne. Il filo conduttore è chiaro: il femminicidio non è un gesto improvviso, ma il risultato di una lunga catena di comportamenti, stereotipi, relazioni tossiche e modelli educativi fondati su possesso, controllo e disuguaglianza.
Un’analisi che trova riscontro anche nei dati nazionali dell’Istituto Nazionale di Statistica: milioni di donne in Italia hanno subito violenze fisiche o sessuali nel corso della vita e la maggior parte degli omicidi femminili avviene per mano di partner o ex partner. Numeri che descrivono un fenomeno strutturale, non episodico, che richiede prevenzione, educazione e tutela.
Testimonianze e riflessioni
Tra i momenti più intensi della serata, la testimonianza di Grazia Distefano, unica autrice dell’antologia. Il suo racconto ha attraversato il passaggio dal silenzio imposto dall’abuso alla riconquista della libertà, trasformando un’esperienza personale in un messaggio collettivo di resistenza e consapevolezza.
Il volume, inoltre, affida agli uomini un ruolo centrale: riconoscere responsabilità individuali e culturali e rifiutare ogni giustificazione sociale della violenza, in un percorso di autocritica necessario per costruire una società fondata sul rispetto reciproco.
Il punto di vista giuridico e multidisciplinare
Di particolare rilievo l’intervento del procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palmi Emanuele Crescenti, che ha richiamato l’importanza di un sistema di tutela più efficace per le vittime e di una risposta giudiziaria rigorosa. Il magistrato ha evidenziato come il diritto penale, da solo, non sia sufficiente a sradicare un fenomeno radicato culturalmente e ha sottolineato il ruolo decisivo di educazione, formazione e collaborazione tra istituzioni.
A completare il quadro, la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica Barbara Cortimiglia, autrice della prefazione, ha approfondito i meccanismi psicologici della violenza e le sue conseguenze sulle vittime e sulle famiglie. L’avvocato Santina Paradiso, già dirigente comunale e autrice della postfazione, ha invece ripercorso le radici storiche della disparità di genere, indicando nell’educazione delle nuove generazioni la chiave del cambiamento.
Una presa di posizione collettiva
Al dibattito hanno partecipato anche Annamaria Tarantino, presidente dell’ACISJF, e l’editore Costantino Di Nicolò, che ha sostenuto la pubblicazione dell’opera per il suo valore sociale e culturale.
A documentare l’evento è stato il fotografo Paolo Pergolizzi, autore di un reportage che restituisce l’intensità di una serata in cui Messina ha scelto di schierarsi apertamente contro la violenza di genere.
Più che una presentazione editoriale, l’incontro al Monte di Pietà è stato un invito collettivo alla responsabilità. Un richiamo rivolto a istituzioni, famiglie, scuola, magistratura e cittadini: il cambiamento non nasce solo dalle leggi o dai tribunali, ma anche dalla cultura, dalle parole e dalla capacità di una società di guardarsi e trasformarsi.





